āl-Hijāb - l'Hijab nel Corano

āl-Hijāb - l'Hijab nel Corano

Citando un testo di Patrizia Khadija Dal Monte, la parola araba "hijâb", viene dalla radice triletterale "h- j- b"("hajaba") che significa "velare",  "coprire", "celare", "nascondere a qualcuno";"precludere qualcuno a qualcuno""togliere qualcuno da", "sottrarre qualcuno a"; "rendere qualcuno invisibile"; "rendere qualcuno impercettibile per intromettersi", da cui "hijāb", "involucro", "coperta", "cortina", "tenda", "schermo", "diaframma", "amuleto", veniva usato anche per indicare proprio la tenda come luogo di riparo usato comunemente dai nomadi beduini, e il significato di uso più comune, ma decisamente meno etimologico e' il "velo delle donne musulmane"
Questo termine lo troviamo 8 volte nel Corano; facciamo una panoramica delle varie circostanze, con relativo commento, in cui troviamo usata questa parola e le rappresentiamo in ordine cronologico (ordine temporale di rivelazione delle sure - secondo il Corano asbāb an-Nuzūl, non secondo l'ordine convenzionale):

 

  • Circostanza num. 1: Il velo (della notte) di Salomone


 "...(Salomone) disse: -In verità ho amato i beni (terreni) più che il Ricordo del mio Signore, finché non sparì (il sole) dietro il velo (della notte)..."
(Corano Sâd 38, 32 - trad. H. Piccardo)
"...(Salomone) disse: -Le ho preferite (le cavalle) (lett: "ho amato il amore di più") al ricordo del nome del mio Signore, finché sono scomparse nel velo del buio..."

(Corano Sâd 38, 32 trad. I. Ziliograndi)

La prima sura, (in ordine cronologico di rivelazione), a contenere il termine "hijâb", ("bi-âl-hijâbi") è questa sura meccana che prende il suo nome dalla lettera araba Sâd, con cui inizia. Come sempre, le lettere che iniziano molte sure, sono senza spiegazione, e i commentatori dicono che solo Allāh conosce il loro significato. 
Questo rappresenta il primo versetto in ordine cronologico, nel quale viene riportata il termine hijâb. Fa parte di una sura rivelata nel primo periodo meccano, nella quale si racconta la vicenda di Salomone, figlio di Davide, attratto troppo dalle cavalle alate che possedeva, trascurò così l'amore e l'adorazione verso Dio, fino all'arrivo della notte che, (con il suo "velo") segna la fine della possibilità di recuperare gli atti di devozione. Questo versetto, evidentemente, non ha nulla ha a che fare con il velo delle donne ed esprime a livello immaginario, il senso del termine hijâb secondo l'uso metaforico del "velo", del "celare", del "subentrare" della notte sul giorno.

  • Circostanza num. 2: Il velo tra il Giardino ed il Fuoco


"...E tra i due vi sarà un velo (quelli del Giardino e quelli del Fuoco), e, sull' A'râf, uomini che riconoscono tutti per i loro segni caratteristici. E grideranno ai compagni del Giardino: -pace su di voi!-, senza potervi entrare pur desiderandolo..."
(Corano Al-A'râf 7,46 - trad. H. Piccardo)

"Tra i due luoghi c'è un velo e sopra, nel limbo, degli uomini che distingueranno i giusti e i colpevoli dal loro aspetto. Si rivolgeranno a quelli del Giardino: -Sia pace su di voi!-; non sono ancora entrati nel Giardino sebbene lo desiderino ardentemente"
(Corano Al-A'râf 7,46 trad. I. Ziliograndi)

La sostanziale differenza fra le due traduzioni rivela le rilevanti difficoltà esegetiche incontrate nel tradurre ed interpretare tale versetto appartenente alla più lunga sura meccana Al-A'râf, termine quest'ultimo tradotto con "i lembi", o "il limbo", ed è il plurale di 'urf, (un promontorio, un luogo elevato, che deriva dal verbo 'arafa, "conoscere"), come una sorta di bordo, orlo (di un vestito) o di frange (H. Piccardo) oppure un crinale, dal quale si possono vedere sia il Giardino, sia il Fuoco (A. Ventura - I. Ziliograndi). Termini sostanzialmente usati per descrivere il luogo dei beati, timorati di Dio, "il Giardino", una sorta di Paradiso, potremmo chiamarlo e "il Fuoco", come l'opposto.
L'esegesi classica, nel tafsīr di Ibn Kathir, paragona l'uso del termine hijâb, in questo contesto, ad una "barriera", uno "schermo" che impedisce l'arrivo della gente dall'Inferno al Paradiso, conformemente alle parole di Abū Ja'far Muhammad ibn Jarīr Tabari (m.923) e ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (m.688).
Analogamente, At-Tabarî ci pone un parallelo con il ben più tardo versetto medinese (Corano Al-Hadîd 57,13) che descrive la presenza di "un muro con una porta" ("bi-surin llahu bâbun"), interposto allegoricamente fra gli "ipocriti" peccatori ed i credenti, fra i dannati e gli eletti, descritto anche come una "recinzione".
Un'altra versione italiana del Libro sacro (quella di G. Mandel) traduce il termine hijâb, contenuto in questo versetto, con: "muro", riprendo il concetto stesso del termine "Al-A'râf", secondo l'esegesi classica (Tabarî 8,189-191), come "muraglia che divide l'Inferno dal Paradiso". Quindi, sulla base di queste considerazioni, traducendo, più letteralmente si ha: "E fra i due luoghi vi è un muro/una separazione e sul limbo/muraglia/crinale uomini...ed interpretando potremmo considerare come una sorta di ponte escatologico fra i due destini. Non è dato comunque a sapersi chi siano esattamente gli uomini che da lì sopra osservano i beati ed i dannati. In merito ai cosiddetti ashâb al-a'râf (i compagni delle altitudini) che abitano in questo luogo alto che fa da confine, sono state fatte numerosi ipotesi interpretative dai profeti ai martiri, dagli angeli a coloro che non possono esser messi né in paradiso, né all'inferno (una specie di limbo cristiano), fino ai cosiddetti "14 Immacolati", ovvero i 12 a'immah (imām) sciiti con l'aggiunta di Muhammad e sua figlia timah.
Ad ogni modo, ciò che a noi interessa in questa trattazione è il ruolo, la funzione del termine "hijâbun" in questo contesto: in questa immaginaria allegorica descrizione dei luoghi del Paradiso e Inferno, con la presenza di un "limbo", una zona di confine, possiamo dire, (per la quale alcuni studiosi hanno ipotizzato che l'idea dantesca del Purgatorio, estranea sia all'ebraismo sia al primo cristianesimo, sia in realtà presa in prestito dalla tradizione islamica medievale (A. Ventura - I. Ziliograndi) ove avviene questa ipotetica conversazione tra i "Compagni del Giardino" e i "Compagni del Fuoco"(Corano  Al-A'râf 7,44-50), il termine "hijâbun" riprende il significato di "velo che interponeproposto nel precedente versetto, acquistando il valore di "separazione" come un muro. Il tutto in un contesto, in un'ambientazione puramente immaginaria, ma densa di significati esoterici. Importante è considerare che in entrambi i versetti, il ruolo di questa separazione è comune e si rivolge a tutta l'umanità: uomini e donne e vi sono anche degli altri "uomini" che stanno "sulla" separazione. Vi sono alcune analogie fra tale versetto ed il racconto del Paradiso e dell'Inferno che si trova nella Midrash di Rabbi Yochanan. Anche questo versetto nulla ha a che vedere con il velo comunemente usato dalle donne.

  • Circostanza num. 3: La "cortina" o "il luogo appartato" tra Maria e gli altri


"...Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro spirito, che assunse le sembianze di un uomo perfetto" (Maria quando le viene annunciata la nascita di un figlio puro..." 
(Corano Maryam 19,17 - trad. H. Piccardo)

"...e prese un velo per proteggersi da loro e noi le inviammo il Nostro spirito perfetto"che le apparve come un uomo perfetto..." 
(Corano Maryam 19,17 trad. I. Ziliograndi)

La sura meccana "Maryam" narra le vicende della famiglia di Zaccaria con il figlio Giovanni Battista, fino ad arrivare, come secondo tradizione, all'annuncio e al concepimento virginale di Gesù da parte di Maria per opera dello "Spirito" e contiene alcuni elementi sostanzialmente comuni ai vangeli canonici (Luca 1,1-25), altri invece, comuni al Vangelo armeno dell'infanzia e al Vangelo dello Pseudo-Matteo.
Tale narrazione viene citata come già presente nel "Libro" dato a Giovanni (Corano Maryam 19,12 e 16 - forse inteso come scrittura degli ebrei).
Il termine "hijâbâ", qui inserito, è traducibile con "cortina" o "luogo appartato", in quanto la considerazione che lei potesse, in quella determinata situazione, "tendere un velo" e mantenerlo sollevato è puramente pittoresca e comunque tale "velo" ha la funzione di proteggerla totalmente dagli altri (non citati) in questa determinata circostanza, prima e dopo non vi è menzione di necessità della presenza di tale "cortina".
Un'esegesi molto interessante indica tale "velo" come la reclusione di Maria nel Tempio, che si consacra esclusivamente a Dio, in quanto, già nel versetto 16 si indica un "luogo orientale", un area del Tempio al quale Maria era stata affidata(A. Ventura - I. Ziliograndi). La separazione, allora avverrebbe all'interno del Tempio, tesi questa avvalorata anche da un altro versetto (Corano Âl 'Imrân 3,37) che ci mostra Zaccaria come sacerdote del Tempio che prende in ritiro nel Tempio la nipote Maria, affidata alla sua tutela dopo la morte del padre ed indica l'abbondanza dei doni di Dio a Maria che si trova proprio all'interno del Tempio. Il "velo" allora, in questo contesto, indica sì una componente fisica di separazione "dagli altri" del Tempio, ma indica anche un ritiro spirituale dal mondo esterno. Anche questo versetto nulla ha a che vedere con il velo comunemente usato dalle donne.

  • Circostanza num. 4: La "cortina" durante la lettura del Corano


"...Quando leggi il Corano, mettiamo una spessa cortina tra te (profeta) e coloro che non credono nell'altra vita..."
(Corano Al-Isrâ' 17,45 - trad. H. Piccardo)

"...Quando reciti il Corano, Noi poniamo tra te (profeta) e quelli che non credono nell'aldilà un velo disteso..."
(Corano Al-Isrâ' 17,45 trad. I. Ziliograndi)

Altra sura meccana (con l'eccezione di alcuni versetti), altro contesto puramente spirituale nel quale il termine "hijâbâ" sta ad indicare la presenza di una sorta "cortina", come simbolica e mistica "separazione" sia mentale che emozionale durante la lettura del Corano, una "barriera invisibile", posta da Dio, fra il Profeta Muhammed (in quanto indicherebbe lo specifico caso rivolgendosi direttamente a lui) e gli idolatri (o comunque coloro che non credono).
Nello specifico contesto storico, possiamo interpretare tale versetto come una sorta di barriera protettiva spirituale che si interpone nel momento in cui il Profeta legge il Corano dagli attacchi, ma anche solo dai pensieri di Muhammed stesso verso le prime minacce degli idolatri.
Il velo, quindi assume qui il ruolo di oscuramento, verso il rifiuto di accogliere la Parola divina (da parte degli associatori), questa esegesi spiegherebbe anche il "peso nelle orecchie" citato nel versetto seguente (Corano Al-Isrâ' 17,46 e anche Fussilat 41,5) che sta ad indicare l'incapacità di comprendere il sacro Testo, proprio a causa della loro riluttanza nell'ascoltare.(A. Ventura - I. Ziliograndi) La presenza di questo "velo" da un lato protegge il credente (o nello specifico il Profeta) e lo distacca mentalmente dal resto, dall'altro si manifesta negli altri (non credenti) stessi come rifiuto ad ascoltare e comprendere. Anche questo versetto nulla ha a che vedere con il velo comunemente usato dalle donne.

  • Circostanza num. 5: Il velo fra coloro che non vogliono sentire ed il profeta


"...I nostri cuori sono avviluppati (in qualcosa che li isola), da ciò cui ci inviti, e c'è un peso nelle nostre orecchie. C'è un velo tra noi e te. Fai pure (quello che vuoi) e noi (faremo) quello che vogliamo!..."
(Corano Fussilat 41,5 trad. H. Piccardo)

"...Hanno detto: -I nostri cuori sono chiusi al tuo appello, nelle nostre orecchie c'é un peso , fra te e noi c'é un velo, fà pure, anche noi faremo qualcosa!-..."
(Corano Fussilat 41,5 trad. I. Ziliograndi)

Medesimo significato del precedente versetto in quest'altra sura meccana, sulle parole minacciose dei miscredenti che si opponevano con forza al messaggio portato da Muhammed con "volontaria e ostinata sordità", che ribadiva l'impossibilità per loro di convertirsi al credo del Dio Unico. Il velo, la sordità (Corano Al-Isrâ' 17,46 e Fussilat 41,5), il "cuore sigillato" (Corano al-Baqara 2,7, An-Nahl 16,108, Muhammad 47,16) "pieno di ruggine"(Corano Al-Mutaffifîn 83,14) sono tutte metafore che ci fanno capire la chiusura mentale, il diniego, il rifiuto totale di ascoltare, quanto meno, ciò che Muhammed proponeva loro.

  • Circostanza num. 6: Metodi di rivelazione


"...Non è dato all'uomo che Allah gli parli, se non per ispirazione, o da dietro un velo, o inviando un messaggero che li riveli, con il Suo permesso, quel che Egli vuole. Egli è Altissimo, Saggio..."
(Corano Ash-Shûrâ  42,51 trad. H. Piccardo)

"...A nessun uomo Dio parla se non per rivelazione, oppure dietro ad un velo, oppure invia un messaggero a rivelare quel che Egli vuole con il Suo permesso, è l'Altissimo, il Sapiente..."
(Corano Ash-Shûrâ  42,51 trad. I. Ziliograndi)

Questo versetto ci rivela le modalità con cui Allāh (Gloria a Lui) comunica con gli uomini: primo "l'ispirazione" o "rivelazione" (wahy), comunicando direttamente allo spirito dell'uomo e alla sua mente, "min warâ-i hijâbin""da dietro un velo" o da dietro una cortina" (ripresa poi anche in Corano Al-Ahzâb 33,53 nel caso delle mogli del Profeta) come la prima rivelazione di Allāh a Mosè (Corano Al-A'râf 7,144 e An-Naml 27,8) o "inviando un messaggero", è il caso di Abramo, Lot (Corano e Al-'Ankabût 29,32) e Muhammad con l'angelo Gabriele nella grotta di Hirāʾ (H. Piccardo).
Il velo di Dio è quello che protegge la Sua trascendenza. Esiste anche un'interpretazione onirica del concetto di "rivelazione" che rappresenterebbe le modalità dei sogni veritieri che, essendo "velati" da simbolismo, richiedono un'interpretazione, sulla base di una chiave mistica inconscia.(A. Ventura - I. Ziliograndi)(vedasi anche Corano Az-Zumar 39,42) Il velo sarebbe quindi, in questo caso, una barriera fra il conscio e l'inconscio, fra la mente dell'Io e l'ispirazione divina onirica. Certamente, anche questo versetto nulla ha a che vedere con il velo comunemente usato dalle donne.

  • Circostanza num. 7: Il velo che separa gli ipocriti dalla visione di Dio



"...Niente affatto: in verità in quel Giorno un velo li escluderà dal vedere il loro Signore..."
(Corano Al-Mutaffifîn 83,15 trad. H. Piccardo)

"...No in quel giorno un velo li separerà dal tuo Signore..." 
(Corano Al-Mutaffifîn 83,15 trad. I. Ziliograndi)

Una delle ultime sure meccane (anche se con incertezza), rivelata proprio vicino all'anno dell'Egira (622 d.C.), Al-Mutaffifîn, traducibile con "i frodatori", sta indicare coloro che imbrogliano nell'ambiente delle transizioni commerciali, in periodo ove documenti scritti ve ne erano pochi e le frodi erano ricorrenti. Costoro hanno la "ruggine" nel cuore (Corano Al-Mursalât 83,14) e questa rappresenta proprio un "velo", un impedimento alla visione (naturalmente con il cuore) di Dio (confronta anche Corano Al-Isrâ' 17,46 e Fussilat 41,5, al-Baqara 2,7, An-Nahl 16,108, Muhammad 47,16). Qui è nella forma: "llama-hjuûbuûna". Anche questo versetto nulla ha a che vedere con il velo comunemente usato dalle donne.

  • Circostanza num. 8: La "tenda" separatrice in casa del profeta


"...Oh credenti, non entrate nelle case del Profeta, a meno che non siate invitati per un pasto, e dopo aver atteso che il pasto sia pronto. Quando poi siete invitati, entrate; e dopo aver mangiato andatevene senza cercare di rimanere a chiacchierare familiarmente. Ciò è offensivo per il Profeta, ma ha vergogna di [dirlo a] voi, mentre Allah non ha vergogna della verità. Quando chiedete ad esse un qualche oggetto, chiedetelo da dietro una cortina: ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro. Non dovete mai offendere il Profeta e neppure sposare una delle sue mogli dopo di lui: sarebbe un'ignominia nei confronti di Allah..."
(Corano Al-Ahzâb 33,53 trad. H. Piccardo)

"...Voi che credete, non entrate nelle case del Profeta senza che egli vi abbia dato il permesso di prendere il pasto con lui, incuranti del momento opportuno, ma entrate quando siete invitati e poi ritiratevi, e non attaccate discorso con familiarità, è cosa che irrita il Profeta, il quale ha pudore e non ve lo dice, ma Dio non ha pudore della verità. Quando domandate qualcosa alle mogli del Profeta fatelo dietro ad un tenda, sarà meglio per la purezza del cuore vostro e loro..."
(Corano Al-Ahzâb 33,53 trad. I. Ziliograndi)

Unica sura medinese denominata Al-Ahzâb, traducibile con "i coalizzati" o "le fazioni alleate" (vedi Corano Al-Ahzâb 33,20-22) in cui è presente il termine hijāb ("min wara-i hijabin").
L'alleanza che viene evocata dal nome di questa sura è quella che si formò nel quinto anno dall'Egira e che vedeva alleati i politeisti Qurayshiti, alcune tribù ebraiche, mercenari beduini,  e gli "ipocriti" medinesi che assediarono Medina nel 627 d.C. Li fronteggiarono non più di tremila combattenti musulmani con la strategia vincente suggerita da un liberto di origine persiana, Salmân Pak detto "al Farsi" ("il persiano" appunto) il quale propose lo scavo di un ampio e profondo fossato capace di fermare le cariche della cavalleria beduina, da cui prende il nome di battaglia del fossato.
Conformemente al contesto post-Egira, il carattere medinese di questa sura getta le basi su una sorta di decalogo comportamentale che andrà poi a far parte della morale, della tradizione, e del Fiqh (diritto islamico), in un in un'ambientazione storica di difficoltà e di sofferenza che trovava conforto solo in Dio e nell'esempio dei Profeti.
Nello specifico del versetto, Allāh dice ai credenti di evitare di piombare a casa di Muhammad, o di trattenersi troppo a lungo dopo cena, perché questo comportamento "irrita il Profeta" e coloro i quali desiderano rivolgersi alle mogli del Profeta devono parlare alle sue mogli solo da dietro dei paraventi, (delle cortine o delle tende).
Il versetto sicuramente nasce dalla necessità di salvaguardare la vita intima e privata del Profeta e delle sue mogli, sempre assediato a tutte le ore del giorno e della notte da persone che gli chiedevano consigli.
Si sottolineano due cose importanti: la specificità del contesto storico, sociale con riferimento specifico al comportamento da attuare nei confronti di chi si vuol rivolgere alle mogli del Profeta e la natura di questa separazione che non ha nulla a che vedere con un particolare abbigliamento femminile, ma semmai molto più simile ad una tenda, un paravento, (che deve essere interposto proprio da chi desidera rivolgere parola con le mogli), sempre che si tratti di qualcosa di fisico e non qualcosa che, conformemente ai versetti citati precedentemente, corrisponda sempre ad una separazione, un distacco spirituale che, in un particolare momento della vita del Profeta, durante l'assedio dei coalizzati, non consenta facili distrazioni dei credenti nelle conversazioni con le mogli del Messaggero.
Si fa notare la particolare esclusività di tale esortazione divina riservata alle sole mogli del Profeta, inoltre, l'espressione qui usata è la medesima, (letteralmente parlando), di quella contenuta in (Corano Ash-Shûrâ  42,51):"min warâ-i hijâbin", in merito alle modalità con cui si manifesta la parola di Dio
Si presume, quindi, che la modalità di comunicazione rivolta alle mogli del Profeta sia la medesima della "comunicazione" divina rivolta a Mosè (Corano Al-A'râf 7,144 e An-Naml 27,8), ma anche la specificità della stessa modalità della comunicazione deve essere la stessa.
Il termine hijāb, quindi riprende il significato ancestrale di "cortina", "riparo", o, meglio ancora: "tenda", "paravento", (concordemente con Ziliograndi e Bausani), non si tratta di un capo di abbigliamento femminile, né di un velo sul capoma uno strumento di separazione atto a preservare la sacralità e attuare il distacco spirituale dall'ambiente famigliare della casa del Profeta, che, dopo aver sposato la cugina Zaynab bint Jahsh (m.644), una delle priorità era quella di proteggere la privacy della casa, in questo caso, dall'andirivieni continuo di credenti, in un periodo di tensione e sofferenza.


Sintesi della funzione e del significato spirituale dell'hijāb nel Corano
I significati del termine hijāb, nel corso della rivelazione coranica, che possiamo trarre da questa lettura dei versetti interessati sono, a seconda delle circostanze, i seguenti:
1. Separazione fra giorno e notte: il tramonto come velo della notte che incombe sul dì. Una chiave di lettura allegorica potrebbe essere: il velo del tramonto che fa riacquistare la saggezza, pone attenzione ed eleva dal superfluo (tramonto del giorno e della vita), affinché le passioni vengano ridimensionate e ci si dedichi all'adorazione di Dio(Corano Sâd 38, 32).
2. "Limbo" o "muro" sull''"Al-A'râf" che funge da separazione tra la condizione felice e virtuosa dei giusti del Giardino e condizione infelice e penitente degli ingiusti del Fuoco, privati delle grazie spirituali, in un contesto allegorico che rispecchia la natura umana e il suo rapporto con Dio(Corano Al-A'râf 7,46)
3. Cortina protettiva o luogo appartato, figuratamente teso dalla stessa Maria, scelta da Dio, per poter ascoltare il suo annuncio e rivelare la nascita del profeta Gesù, nello specifico si tratta, molto probabilmente, in un luogo appartato all'interno del Tempio(Corano Maryam 19,17)
4. C'è una "cortina" spirituale, un "velo disteso" che si erge durante la lettura del Corano (nello specifico rivolto al Profeta Muhammed, o in senso più allargato, verso tutti i credenti) e che non permette la comprensione a coloro che non credono nell'altra vita e rinnegano la vita futura.(Corano Al-Isrâ' 17,45)
5. C'è una cortina tra uomo (o nello specifico il Profetae Dio, che non rende immediatamente accessibile la sua visione. Questo scoraggia i superficiali, gli increduli, coloro che non ritengono importante la conoscenza di Dio e coloro che non credono essendo "sordi" al messaggio di Dio: l'incapacità di percepire Dio(Corano Fussilat 41,5)
6. Da dietro questa cortina spirituale, Egli parla, ed è uno dei metodi di comunicazione fra uomo e Dio: essa è dunque nascondimento ma anche luogo di comunicazione al pari della rivelazione, dell'ispirazione e della comunicazione attraverso un Messaggero. Oltre essa vi è il sacro; una separazione spirituale fra la parola divina ed il mortale al quale è rivelata(Corano Ash-Shûrâ  42,51)
7. Non solo gli increduli, gli idolatri, ma anche i frodatori, coloro che imbrogliano gli altri, sono esclusi dalla vista spirituale del Signore, perché tale velo spirituale funge da impedimento. Un velo spirituale fra Dio ed i futuri dannati nel Giorno del Giudizio(Corano Al-Mutaffifîn 83,15)
8. Ambientato nel primissimo contesto medinese, non più a Mecca, il velo si rivela essere una condizione particolare esclusiva, riservata alle mogli del Profeta. Il senso spirituale del velo nel contesto meccano assume ora il senso di una particolare separazione (che deve essere adottata da coloro che si rivolgono alle mogli del Profeta, non tanto dalle mogli stesse) come buona norma di comportamento nel rivolgersi a loro, date le numerose visite a casa del Messaggero. La specificità di tale uso riservato solo quando ci si rivolge alle mogli del Profeta, è confermata in generale, da uno statuto particolare riservato alle cosiddette "madri dei credenti", (così vennero poi chiamate le mogli di Muhammad, nella tradizione islamica), che non permetteva loro si risposarsi una volta vedove. Inoltre fa intendere espressamente che tale "cortina" sia posta all'interno della casa stessa e non indica certamente un velo da indossare.(Corano Al-Ahzâb 33,53)

Il significato etimologico e teologico del termine hijāb, racchiuso nel Corano, lo si comprende da questi 8 versetti che ci mostrano l'essenza, attraverso un aspetto esteriore metaforico, solo andando in profondità, in una concezione esoterica di "separazione" dalle passioni, di "distinzione", di "cortina protettiva", oltre la quale il sacro viene conservato e preservato.
In nessun caso fa riferimento a un capo d'abbigliamento femminile, in nessun caso fa riferimento a qualcosa che debba indossare o fare la donna nei confronti del mondo esterno, ma semmai, riguarda qualcosa che uomini e donne, indifferentemente, debbano comprendere attraverso il superamento dell'Io volubile, ponendosi in una condizione di distacco mentale durante la ricerca di Dio, nel dominio delle passioni e dei desideri materiali.
L'hijāb è nella presenzama non nel parvenza esteriore: l'hijāb è nell'essere degli uomini e donne indifferentemente, (nella vita e nell'Altra), nei loro comportamenti, non nell'aspetto esteriore; il dominio, la trascendenza è mentale e oltre, non fisica.
Ci sono dei particolari stati meditativi, che possono essere realizzati attraverso la preghiera, la lettura, la meditazione che vanno oltre la mente ed i suoi pensieri, questi stati sono ignoti o derisi, allora (all'epoca del Profeta), dagli idolatri, dai frodatori, dagli "ipocriti" traditori, che pensavano solo ai propri interessi e ai loro beni materiali, oggi da coloro che non scendono in profondità dalla loro superficialità esistenziale.

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