Altri termini correlati all'Hijâb

Nel Corano e nella Sunna vengono introdotti altri  termini connessi con la copertura delle donne per capire le basi sulle quali la sharî'a ha stabilito, ben più tardi durante formazione del credo e del diritto islamico nel VIII e IX sec. d.C., l'obbligatorietà del velo per le donne musulmane, conformemente all'uso del periodo del Profeta. Sono termini che non sono propriamente e necessariamente connessi con l'hijāb, ma fanno parte integrante di un contesto storico-tradizionale che aiutano a comprendere maggiormente la realtà storico-culturale nella quale si è sviluppato il concetto "esteso" di hijāb come velo per le donne. 

Il concetto di saw-ah

Il termine saw-ah, lo troviamo nei seguenti versetti meccani:


 "...Satana li tentò per rendere palese (sawātihimā) [la nudità] che era loro nascosta (wūriya)..."
(Corano Al-A'râf 7,20 trad. H. Piccardo)


"O figli di Adamo, facemmo scendere su di voi un abito che nascondesse la vostra vergogna e perornarvi (yuwâri saw-âtikum warishan), ma l'abito del timore (o "pietà" - "Taqwah") di Allâh è il migliore. Questo è uno dei segni di Allâh, affinché se ne ricordino!"
 (Corano Al-A'râf 7,26 trad. H. Piccardo)

Il termine saw-ah è traducibile con "vergogne, turbitudine, sconcezza o malvagità" e principlamente sottointende le parti intime e comunque le nudità fondamentali sia maschili che femminili. La sua radice sīn wāw hamza, la troviamo in tutto il Sacro Libro in varie forme e può indicare: dolore, male, diavolo, afflizione, malvagità, cattiveria. Da sottolineare il fatto che il verbo che viene usato per "nascondere" ciò che è saw-ah è sempre e solo il verbo waraya (wāw rā yā) usato anch'esso più volte nel Corano (vedi ad esempio Corano Al-Mâ'ida 5,31) e che sta ad indicare appunto coprire, nascondere, celare, occultare, esser dietro o dopomai viene usato il verbo hajaba (da cui hijāb). In ogni caso l'hijāb non copre ciò che è saw-ah.

Il concetto di Tabarruj


 
Il concetto di "Tabarruj" è spesso messo in contrasto con la modestia e la purezza dell'hijāb delle donne islamiche.
Il termine sta ad indicare l'esibizione illecita della bellezza femminile, è il "mostrarsi ad estranei"(Jalâluddîn As-Suyûťi).
Nella sharî'a, formalmente, sta ad indicare lo "sfoggio della vanità della donna, che mostra le fattezze del volto e del proprio corpo in pubblico e che usa ogni mezzo per attirare su di sé le attenzioni di altri uomini che non siano il proprio marito"(Huda.it).  
Etimologicamente indica l'atto di "Camminare e muovere il corpo in maniera provocante", consuetudine praticata dalle donne non aristocratiche del periodo preislamico medinese sopratutto, ma che piano, piano stavano raggiungendo un ruolo, anche economico, considerevole all'interno della comunità sociale di Medina. Nel contesto coranico, lo troviamo in due sure, entrambe medinesi: la prima, (Al-Ahzâb 33), come esortazione a non comportarsi come le donne della jāhiliyya rivolto indubbiamente alle mogli del Profeta, come ci conferma il versetto subito precedente che inzia proprio con l'invocazione: "Oh mogli del Profeta...."(Corano Al-Ahzâb 33,32); il secondo versetto, che contiene il termine tabarruj, l'abbiamo già citato parlando del generico velo Thiýabun, e viene generalmente tradotto sempre con il gesto di  mostrarsi, l'esibire la propria bellezza, l'adornarsi per piacere agli altri. Da non confondere, però, con i termini meccani ....che troviamo in (Corano Al-A'râf 7,26) e zîna(t) in (Corano Al-A'râf 7,32), tradotto sempre con "adornarsi, ornarsi".


"...Rimanete con dignità nella vostre case e non mostratevi (tabarrajna tabarruja) come era costume ai tempi dell'ignoranza. Eseguite l'orazione, pagate la decima e obbedite ad Allah ed al Suo inviato. O gente della casa ('Ahlu-l-Bayt), Allah non vuole altro che allontanare  da voi ogni sozzura  (Ar-rijsa) e rendervi del tutto puri..."(Corano Al-Ahzâb 33,33 trad. H. Piccardo)
"...e restate quiete nelle vostre case e non adornatevi (tabarrajna tabarruja) come nell'epoca antica dell'ignoranza, ma pregate, versate l'elemosina e ubbidite a Dio e al Suo messaggero. Voi gente della casa del Profeta ('Ahlu-l-Bayt), Dio vuole che siate liberi da ogni turpitudine (Ar-rijsa), Egli vuole purificarvi molto"
(Corano Al-Ahzâb 33,33 trad. I. Zilio-Grandi)


"...Quanto alle donne in menopausa, che non sperano più di sposarsi, non avranno colpa alcuna se abbandoneranno i loro veli, senza peraltro mettersi in mostra; ma se saranno pudiche, meglio sarà per loro, Allah è Colui che tutto ascolta e conosce..."
(Corano An-Nûr 24,60 trad. H. Piccardo) 
"...Quanto alle donne che non possono più generare e non sperano di sposarsi, non peccheranno se deporranno le loro vesti, senza mostrare le loro bellezze. Ma se lo eviteranno sarà meglio per loro. Dio ascolta tutto, è Colui che conosce ogni cosa..."
(Corano An-Nûr 24,60 trad. I. Ziliograndi)
A corredo del testo coranico esiste una considerevole letteratura araba di detti che si rifanno sicuramente al periodo medinse, ma sviluppati e redatti molto più tardi, che specificano meglio il concetto di Tabarruj nel contesto tradizionale di allora.
Il Profeta disse a Umaymah, figlia di Ruqayqa"Devi professare che non assocerai nell'adorazione di Allah altre divinità, che non ruberai o commetterai fornicazione e adulterio, che non ti lamenterai, che non ucciderai i tuoi figli, che non commetterai falsità né con le mani né con le gambe, che non commetterai Tabarruj (non esibirai la tua bellezza e il tuo fascino agli estranei) come era costume all'epoca della Jahiliyya"(Ahmad Shakir - Musnad 2,196)
 
'Abdullah ibn Mas'ud  riferì che il Profeta "detestava dieci tipi di comportamento", e menzionò tra essi "...il Tabarruj, con l'esibizione della bellezza in un luogo improprio"(Nisa'i - "Sunan", 8/141)
'Abdullah ibn Mas'ud narra di aver sentito il Profeta(saas) dire: "Le migliori delle vostre donne sono coloro che sono affezionate, feconde (nel donare figli), prodighe (disponibili), pronte alla consultazione se temono Allah. Le peggiori delle donne sono invece le mutabarrijât (coloro che praticano il Tabarruj), le Mutakhayyilât (coloro che camminano impettite e ostentano le proprie grazie), ed esse sono le ipocrite. Coloro che avranno l'accesso al Paradiso sono come la cornacchia dal becco rosso"(Abu Na'im - "Al-Hiliyah", vol. 8, pag. 376)
Il tabarruj viene così considerato un peccato gravissimo e fonte principale di induzione dell'uomo al rapporto sessuale illecito (zinâ), peccato ancor più grave, punibile dalla sharî'a.
I precedenti ahadīth, che si riferiscono al Tabarruj, rispecchiano il carattere pudico e modesto del Corano, nello specifico di queste sure medinesi, ma oltrepassano il carattere generale esortativo e fondano, con presunta autorevolezza, regole che poi andranno a formare le basi della sharî'a, nell'usul al-fiqh, mettendo in contrapposizione usanze tipiche del periodo preislamico sopratutto fra le donne pagane e, in particolar modo, quelle che avevano specifici fini matrimoniali o di lucro per mostrarsi agli uomini, con il velo usato dalle mogli del Profeta.
Esiste, quindi, tutta una letteratura di detti che rimarca la negatività, la malignità della figura di una donna che nel modo di vestire, di camminare, di atteggiarsi, rivela un comportamento ed un'intenzionalità rivolta al solo scopo di provocare l'attenzione sessuale maschile, rivelando, allo stesso tempo, un'incapacità maschile di dominio delle passioni ed un relativo "eccesso" di libertà della donna nei rapporti con gli altri, con la possibilità di condizionare troppo le scelte degli uomini.
Tutto questo può essere normale nel contesto del VII sec., e potrebbe anche al limite esserlo al giorno d'oggi in un contesto occidentale, ma all'interno di questa dualismo sfrenato ossessivo tipico della cultura araba nomade del periodo, ove era fondamentale separare il bene dal male, il pulito dallo sporco, l'hijāb dal tabarruj, in questo tradizionale contesto, non vi sono vie di mezzo, vie di tolleranza e di rispetto e di consapevolezza senza eccessi, come lo stesso Corano afferma(Corano Al-A'râf 7,31).  La contrapposizione fra due estremi nasce chiaramente da una visione dualistica tipica della società araba di quei secoli, ove probabilmente, era necessaria questa concezione per rivelare un salto evolutivo nella coscienza dei fedeli.
Il concepire una donna credente dell'epoca vestita con  jilbâb o  Khimâr, per distinguersi dalle donne della jāhiliyya, rappresentava una virtù poi diffusa, pian, piano a normalità, come allo stesso modo dovrebbe esserlo per una donna in occidente oggi, (in uno stato laico democratico non in guerra ad esempio) che non necessariamente, anzi mai, indossa un copricapo, ma usa comunque un abito che nasconda comunque le parti intime moralmente, universalmente riconosciute, (anche in contesto non religioso), come oggetto di copertura.(Corano Al-A'râf 7,22 e An-Nûr 24,31).

 

Il concetto di 'Awrah

Nel Corano, in ordine cronologico di rivelazione, (Âsbâb An-Nuzûl), il termine è citato in:


"E un gruppo di loro ("ipocriti" citati nel versetto precedente) disse: -Gente di Yatrib! Non potrete resistere, desistete-, cosicché una parte di loro chiese al Profeta di poter andar via dicendo: .-Le nostre case sono indifese-("buyûtanâ Awratun" - lett. "sono allo scoperto"), mentre non lo erano  ("hiya bi-Awratin"); volevano solo fuggire"(Corano Al-Ahzâb 33,13 trad. H. Piccardo)  

In questo contesto medinese di vera e propria guerra narrato nella sura Al-Ahzâb, già descritto precedentemente, il significato di tale termine traspare chiaramente come uno stato di "fragilità" di "esposizione al nemico", di "impossibilità di proteggere" le proprie dimore, e quindi di conseguenza anche i famigliari (prevalentemente donne e bambini) che vi abitano.


"Oh voi che credete, vi chiedano il permesso [di entrare] i vostri servi e quelli che ancora sono impuberi, in tre momenti [del giorno]: prima dell'orazione dell'alba, quando vi spogliate dei vostri abiti a mezzogiorno e dopo l'orazione della notte. Questi sono tre momenti di riservatezza per voi ("thalâthuAwarâtin lakum"). A parte ciò, non ci sarà alcun male né per voi, né per loro, se andrete e verrete gli uni presso gli altri. Così Allah vi spiega i segni, e Allah è sapiente, saggio"(Corano An-Nûr 24,58 trad. H. Piccardo)  

In questo contesto medinese, il termine "Awarâtin" indica poprio "riservatezza", "privacy" dalla normale e spontanea nudità casalinga.

Nella sunna: 

Abu Dawud riporto' da Umm Salamah che chiese al Profeta riguardo a una donna che aveva pregato indossando un dir' (camice o indumento superiore) ed un khimâr, ma senza izaar (indumento inferiore). Egli  disse : «La donna è 'awrah»

'Awrah si riferisce a tutto ciò che può essere facilmente danneggiato proprio come un luogo nudo o esposti. Pertanto appare chiaro che il corpo di una donna viene indicato come vulnerabili, perché è come una casa che non contiene le pareti e può essere facilmente danneggiato e deve essere coperto con l'abbigliamento adeguato (Majma 'Al Bian, commentario sul Corano 33,14. n.2312)

Il termine "'Awrah" lo si trova sia come abbiamo visto sia nel Corano che nella sunna, con significati ed estensioni di significato variegate e diversificate.  In arabo, etimologicamente era espressione di "difettosità", "imperfezione", "vulnerabilità",  "macchia" o "debolezza". In farsi (persiano), urdu (indo-pakistana) e hindi, il termine "awrat" è usato per "donna" "giovane donna", generalmente oggi come oggi, è usato per indicare le parti intime sia maschili che femminili degne di copertura. In pratica, tutte quelle parti del corpo che il pudore esige siano tenute nascoste, perchè potrebbero indurre alla fornicazione (zināʾ). Il verbo ariya' significa essenzialmente essere nudo.

La 'awrah varia a seconda del sesso (uomo o donna), stato sociale e religioso e punto di vista di chi osserva. La 'awrah di una schiava dell'epoca, era pressoché uguale a quella di un uomo, secondo il punto di vista tradizionale. La maggior parte dei giuristi musulmani ha escluso il viso e le mani, sebbene alcuni comprendono anche queste parti del corpo nella 'awrah.


Oltre la convenzionale, fin troppo "assodata", associazione tra hijâb e velo delle donne musulmane: l'hijâb non è il velo delle donne musulmane. Il velo oggi: interpretazioni moderne.

"...Si ha paura soltanto di ciò che non si conosce, perché più si conosce la religione islamica e più ci si rende conto che non è assolutamente contro la donna.
Se poi si pensa: proprio agli albori della civiltà islamica, le donne hanno conosciuto un periodo un periodo più fortunato per loro rispetto, però è anche vero che poi, nel corso della storia, ci sono state società misogene e maschiliste che hanno fatto sì che la condizione della donna peggiorasse e anche fino ai nostri giorni; abbiamo visto delle situazioni certo non positive, però è anche vero che nel corso della storia ci sono stati degli uomini musulmani illuminati che hanno fatto delle battaglie per l'emancipazione della donna e questo ha facilitato i movimenti femminili in tutto il mondo arabo dall'Egitto alla Tunisia, ma questo già dal secolo scorso.
Quindi, non mi sentirei di dire che le donne non devono aver paura dell'Islam...."

(Isabella Camera D'afflitto - arabista, docente all'Istituto Orientale di Napoli)


Nella natura umana, sussiste il duplice apparente problema spazio-temporale: la localizzazione geografica, climatica e la collocazione temporale, storica, periodale. Nelle religioni sussiste questo problema, ogni dogma che trae origine dall'interpretazione di una fonte scritta o di tradizione orale, viene così imposto, indottrinato o in/volontariamente acquisito, nelle masse in un dato periodo storico e in una determinata zona geografica. Il velo delle donne, come tale, e la sua necessità, fra i vari gradi di obbligatorietà, è fondamentale considerarlo non separato dal contesto spazio-temporale dal quale proviene.
Ordinariamente, con il termine "hijâb", in ambiente islamico, si intende "tutto ciò che dissimula o copre il corpo della donna al fine di preservarne il pudore" con un adeguato abbigliamento che prevede anche e solitamente il velo sul capo, nella maggioranza si intende la copertura dei soli capelli, orecchie e collo, lasciando libero totalmente il viso. In alcuni casi (minoritari a livello globale, ma di maggioranza in alcuni paesi arabi), viene interpretato invece come copertura anche del viso, lasciando liberi solo gli occhi, (questo caso però si parla di "niqāb").


Aldilà delle interpretazioni, comunque, a livello popolare, sta di fatto che l'associazione simbolica fra il termine "hijāb" e il velo sul capo delle donne è assodata e innegabile, anche più dell'associazione della parola con un adeguato casto abbigliamento, come è generalmente ritenuto opportuno in ambiente islamico. L'hijāb quindi è generalmente, notoriamente riconosciuto come il velo, il fazzoletto, il foulard che copre la testa della donna musulmana, perché obbiettivamente, è essenzialmente quest'ultimo che la distingue, a livello popolare, aldilà dell'abito stesso. 
In termini di diritto islamico e di teologia islamica applicata rigorosamente, l'obbligo dell'hijāb , identificato come la suddetta copertura, è stabilito ed è "vincolante" per tutte le donne credenti, e non vi è spazio per modifiche, indulgenze in merito l'abolizione allo sminuire la sua posizione e il suo significato canonico. Tutte le quattro maggiori scuole islamiche sunnite con i loro vari "sapienti" Ahl as-Sunnah Wa'l Jama'ah, concordano sulla obbligatorietà.
Premettendo anche che, in un formale studio della legge islamica, l'abbigliamento unitamente alla copertura del capo dovrebbe accompagnarsi sempre ad un comportamento "casto", "riservato", "paziente", "tollerante" della donna, e che, quindi, il significato del termine "hijāb", di per sé, indica ben di più di un certo modo di vestire, ma ordinariamente e canonicamente, rappresenterebbe, quale segno distintivo e protettivo, tutta una serie di virtù che si associano al modello comportamentale della donna musulmana. Un simbolo rappresentativo attraverso l'abbigliamento.
Spesso, però queste qualità vengono trascurate o non affatto menzionate quando si parla di "hijāb". Sia in occidente che nel mondo arabo, oggi, il fattore esteriore e apparente diventa predominante e il fatto di indossare il velo, inteso come copricapo, contraddistingue di per sé la donna musulmana etichettandola come tale senza nemmeno dar troppo valore alle ben più nobili virtù comportamentali, ma magari rimproverandola o comunque facendolo notare se ella non indossa il velo.
Limitandoci strettamente al significato coranico del termine hijāb, abbiamo visto che esso raffigura una "separazione", una "cortina" che può essere di tipo puramente spirituale, allegorico o in senso più concreto, al pari di una "tenda"; non è un indumento, comunque; il velo per le donne, non nasce certo con l'Islam.
In molti paesi della penisola arabica, tutt'oggi, la maggior parte degli uomini usano indossare la "dishdasha", la classica tunica bianca accompagnata dal copricapo detto  "ghutra" o "shumagh", con il velo che scende dietro le spalle e che protegge dal vento, dal sole e dalla sabbia del deserto, tenuto saldo al capo con un cordone di filo oppure i palestinesi coprono il capo con  la cosiddetta "kefiah" (ma probabilmente originaria della città mesopotamica di Kufa) oppure si usa anche l'"Imama", diffusa nel clero sciita, oppure si veda anche il "tagelmust" usato dai tuareg del Sahara africano, velo, per gli uomini, che lascia scoperti solo gli occhi per proteggere dalla sabbia del deserto. 
Tutti questi usi di copricapi maschili hanno una valenza essenzialmente tradizionale (oltre che pratica e protettiva dagli agenti atmosferici locali), senza alcun legame religioso; hanno funzione di identificazione (a seconda del colore e del tipo) e di protezione (atmosferica), ma non vi è alcun legame nemmeno all'interno dei precetti consigliati o meritori del diritto islamico.
Un altro fattore determinante che ha inciso sull'obbligatorietà dell'uso del velo nelle donne musulmane, sta nell'aver preso a modello di vita le mogli e le figlie del Profeta, secondo il sistema dell'identificazione come presunta virtù religiosa. Se da un lato può aver un benefico effetto tale associazione, come può esserlo prendendo a modello di vita del Profeta stesso, imitando negli usi e nei gesti un uomo ricco di spiritualità e coscienza, dall'altro ogni tipo di associazione, di identificazione può servire fino ad un certo punto, fintanto che ognuno di noi riesca a superare tale associazione essendo veramente sé stesso. Il fatto che le mogli del Profeta indossassero il velo, (comprensivo di copertura del capo), in seguito alla rivelazione del  versetto in merito, non implica certo né che tale usanza sia estesa a tutte le credenti, né che tale uso vada ancor oggi bene, o sia veramente conforme ai fini per cui è stato istituito. Il prender a modello le "madri dei credenti" può esser utile nel comportamento, nel loro modo di rapportarsi con gli altri, nella loro conoscenza, ma estremizzare fino a copiare il modo di vestire, (sulla base di un versetto che riguardava solo loro) è oggi un assurdo perché non attualizza il significato stesso che poteva avere tale velo.

Un altro aspetto diffuso (ben più culturale che religioso) sul quale molti musulmani puntano, ribadendo l'obbligatorietà del velo, è quello secondo cui ogni musulmano maschio avrebbe l'obbligo di far rispettare la propria religione e quindi imporre o almeno consigliare vivamente l'uso del velo alle "proprie" donne di famiglia  perché spetterebbe all'uomo garantire il rispetto dei precetti religiosi. Questa interpretazione è assai arcaica e riduttiva e non considera che la religione è una questione solamente individuale e solo individualmente si comprende appieno il messaggio religioso.
Canonicamente, il velo circoscrive la funzione seduttiva della donna, limita la decorazione del suo corpo e i suoi interventi di abbellimento al fine di facilitare il cammino di castità che conduce al poter vivere in modo serio e profondo il rapporto tra uomo e donna nel matrimonio, dove il ruolo seduttivo ha ragione di essere, mentre nel contesto sociale, proprio grazie a questa limitazione, favorisce lo stabilirsi di relazioni uomo-donna non basate sull'attrazione sessuale, ma sulla base del riconoscimento come persone. Questo, molto spesso, non è assolutamente vero, in quanto è ben noto che le donne che usano il velo nei paesi occidentali hanno notevoli difficoltà nell'inserimento del mondo del lavoro e nei rapporti sociali con persone di altra fede, specialmente nel caso di velo integrale e comunque tale copertura non esclude totalmente l'aspetto attrattivo sensuale e sessuale ed il modello "guscio che protegge una perla" perde il suo valore ambientale. Se una donna è bella lo si nota anche con un abbigliamento decisamente casto e questo non esclude certo, nella società di oggi, eventuali avance o importuni da parte di uomini.
E' anche vero che, ufficialmente, il velo espone la donna nel dichiarare la propria visione del mondo, l'appartenenza ad un determinato gruppo sociale e forma la base del comportamento verso gli altri. Tutto questo al pari di una divisa. Il velo, acquista così, un simbolismo esteriore di ruolo, allo stesso modo di come l'impiegato, il banchiere indossa giacca e cravatta. 
L'uso del velo, quindi, non sempre assume il significato "protettivo" di nascondere, (significato che si avvicina al senso etimologico di "hijab"), ma in quanto "divisa", espone, fa vedere, mette in evidenza e distingue la propria fede.
Ad ogni modo, oltre alla classica canonica visione dell'uso del velo in ambiente islamico, esistono pareri anche autorevoli diversi secondo cui, ad esempio, la prescrizione coranica viene interpretata  come un semplice invito alla modestia del vestire delle donne  e non propriamente come una tassativa prescrizione religiosa e, in alcuni casi, il velo viene visto semplicemente come una tradizione ormai da superare.

Nel contesto della rivelazione, si sarebbero potuto fornire alla donna musulmana ulteriori e maggiori dettagli in merito all'abbigliamento, invece come più volte accade nella lettura del Corano, sembra si resti in un piano di regole o suggerimenti di base, lasciando alle donne il libero arbitrio o almeno l'apparente capacità di scelta, senza costrizione, a seconda della situazione. Questo discorso spazia un pò sul piano della responsabilità individuale e sul tema del ruolo di Dio nella creazione e sussistenza del mondo.

Storicamente parlando, abbiamo visto che l'uso generalizzato del velo nel mondo islamico fu certamente un'influenza bizantina e persiana, dove l'abitudine a coprirsi il capo era tipica delle donne aristocratiche. È infatti noto che anche presso i musulmani, l'uso del velo non venne per lungo tempo adottato nelle campagne dove le donne, dovendo lavorare la terra, preferivano abbigliamenti che consentissero maggiore libertà di movimento. Solo lentamente il velo si è imposto come uso comune, divenendo anzi gradatamente segno di distinzione e di appartenenza delle donne alla fede rivelata da Dio. 
Come ci conferma lo scrittore Alessandro Aruffo"nel corso della storia, l'Islam ha proposto molteplici varianti del velo in rapporto ai popoli e alle culture con cui è venuto in contatto e con l'acquisizione di molteplici significati simbolici" (Donne e islam, Datanews, Roma 2000).
Questa molteplicità di significati si rispecchia alla fine del XIX secolo, in Egitto prima e poi in Medio Oriente, ove partì un movimento a favore della abolizione del velo che trovò nello scrittore egiziano Qâsim Amîn, giudice musulmano di grande fama, il vero teorico della "emancipazione" femminile, con la "battaglia del velo e dello svelamento", sostenendo  che tale pratica non derivi affatto dall'Islam, ma che era il risultato delle consuetudini locali di popoli originari poi convertiti all'Islam. Nel 1873, dopo l'apertura dei primi collegi femminili, alcune donne iniziarono a chiedere l'abolizione del velo e nel 1926 sarà Huda Sha'râwi Pasha la prima a presentarsi in pubblico a capo scoperto. Oggi, al contrario, sono proprio le studentesse a chiedere e a indossare ostinatamente il velo in segno della loro appartenenza alla comunità islamica, dapprima come risposta anticoloniale, in seguito in aperta sfida alle leggi statali come è recentemente accaduto in Francia.
L'antropologo egiziano-americano Fadwa El Guindi, sostiene infatti che il jilbâb o Khimâr che si usa tutt'oggi, sarebbe stato indossato solo dal 1970, quando le donne egiziane che appartenevano alla "Fratellanza Musulmana" li hanno adottati come abbigliamento islamico. Indossare un jilbâb significherebbe pubblicizzare  l'adesione a una particolare interpretazione dell'Islam. 
Scrittori contemporanei come Leila Ahmed e Karen Armstrong hanno evidenziato come il velo è diventato un simbolo della resistenza al colonialismo, in particolare in Egitto, nella seconda parte del XIX secolo, e di nuovo oggi nel periodo post-coloniale. 
Come lo è stato anche in Iran, nel 1979, sulla spinta anticoloniale ed antioccidentale, la rivoluzione popolare islamica adottò lo "chador"  come identità e simbolo della liberazione difesa sociale, ma con il passare del tempo e con i mutamenti socio-politici esso assunse il significato di discriminazione sessuale e pubblica delle donne fino alle conseguenze sul piano giuridico con il reato di "mal velate".
Sull'onda neo-conservatrice regressiva, molti giuristi islamici si sono pronunciati a favore del reinserimento dei principi schiaritici nelle Costituzioni dei diversi paesi, e già dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, gli intellettuali, i riformisti ed i liberali hanno cominciato a denunciare l'emergere dell'abbigliamento religioso antico come strumento d'identificazione di popoli, etnie, religioni ed in particolare, dopo un'epoca di "occidentalizzazione laica" dei costumi, della velazione femminile islamica. 
Non è quindi solamente una questione di  pudore femminile a dover essere difeso ma spesso, in certi ambienti, è l'identità stessa della donna islamica a riconoscersi in un pezzo di stoffa posto sul capo a copertura di quei capelli ove, secondo un detto del Profeta, risiede un terzo della bellezza femminile. Amstrong scrive: "La donna velata, nel corso degli anni, è diventata un simbolo islamico di affermazione di sé e un rifiuto di egemonia culturale occidentale"; Leila Ahmedsostiene che coprire il capo non dovrebbe essere obbligatorio per l'Islam, perché il velo precede la rivelazione del Corano. 

Si assiste, quindi, ad un rovesciamento dellla funzione principale del velo: non più quella di nascondere, ma quella di mostrare una rivendicazione d'islamicità sulla base dell'interpretazione strumentalizzata di (33,59), paradossalmente al fatto che la morale musulmana ha sempre vietato l'ostentazione religiosa assimilabile all'ipocrisia (nifàq).

Il copricapo è stato introdotto in Arabia a lungo prima di Mohammad, principalmente attraverso contatti con la Siria e l'Iran, dove il velo era un segno di status sociale. Dopo tutto, solo una donna che non ha bisogno di lavorare nei campi poteva permettersi di rimanere isolata e non velata.
L. Ahmed sostiene la necessità di un approccio più liberale al velo, inquadrando la rivelazione in un'ottica di modestia, consigliando alle donne in generale di "coprirsi con i loro jilbâb, intorno a loro questo sarà meglio per distinguerle come credenti affinché non vengano offese"(Corano Al-Ahzâb 33,58-59) e "proteggere le proprie parti private ... e calando il proprio Khimâr sui loro seni in presenza di uomini estranei"(Corano An-Nûr 24,31).
L'idea che suggerisce Leila Ahmed è quella di considerare tale uso del velo come l'istituzione di un isolamento in modo da creare una certa distanza tra le mogli di Muhammed e la gente che affollava la soglia di casa, allo scopo di tutelarne virtù ed incolumità fisica.
Secondo almeno due autori (Reza Aslan e Leila Ahmed), le disposizioni sull'uso del velo erano originariamente assegnate solo alle mogli di Mohammed, ed erano destinate a mantenere la loro inviolabilità, la loro sicurezza. Questo perché il Profeta conduceva tutti gli affari religiosi e civili nella moschea adiacente alla sua casa. "La gente (al tempo del Profeta) continuava a entrare e uscire da questo cortile a tutte le ore del giorno. Quando le delegazioni di altre tribù venivano a parlare con il Profeta Muhammad, piantavano le loro tende per giorni, all'interno del cortile aperto, proprio a pochi metri dagli appartamenti in cui le mogli del Profeta Muhammad dormiva. Ed i nuovi emigranti che arrivavano a Yatrib (Medina) restavano entro le mura della moschea finché non riuscivano a trovare una casa adeguata". (Aslan Reza (2005))

Un'interessante tesi sostenuta dai precedenti autori citati, è quella secondo cui il termine "darabat al-hijâb" ("prendere il velo"), veniva usato come sinonimo intercambiabile di"diventare moglie del profeta Mohammed", e che durante la vita di Mohammed, nessun altra donna musulmana lo indossava. Aslam suggerisce che le donne musulmane hanno iniziato a indossare l'hijâb per emulare le mogli del Profeta, che erano venerate come "Madri dei Credenti" nell'Islam, in una sorta di analogia quasi mariana.
Personaggi contemporanei come Hasan Al-Turabi, politico religioso sudanese, legato ai Fratelli musulmani degli anni '80, se fino a poco tempo fa attorno al 1985 spiegava chiaramente il suo punto di vista sull'obbligatorietà del velo per le donne, definendolo appunto simbolo di "identità musulmana", anzi addirittura non potrebbe definirsi musulmana la donna che non porta il velo(Al Turabi Hasan - Le donne nell'ordinamento islamico della società), recentemente invece (dal 2005), in seguito alle sue dichiarazioni sui diritti delle donne e sostenne che la donna musulmana è libera di sposare un cristiano o un ebreo senza che questi debbano convertirsi all'islam; libera di svolgere la funzione di imam anche nella preghiera collettiva mista in moschea; libera di non coprirsi il capo con il velo perché il Corano non lo prescrive, ma bensì solamente il seno; libera di accedere a tutte le cariche dello Stato compresa la presidenza; libera di testimoniare in tribunale con uno status del tutto paritario a quello dell'uomo,  questo gli costò un'accusa di apostasia e furono emesse due Fatwa contro di lui  dalla «Lega giuridica islamica dei teologi e dei predicatori nel Sudan» e dal «Consiglio giuridico islamico sudanese».

In alcuni situazioni, personaggi come l'allora rettore dell'università di Al-Azhar (al Cairo), Muhammad Sayyid Tantawi, ha dichiarato libera dall'obbligo di portare il velo la donna musulmana che vive in uno stato non islamico che lo proibisce e nel 2009 suscitò polemiche la sua dichiarazione di voler proibire l'ingresso nelle scuole le donne vestite con il Niqâb.

Il sociologo e politico algerino, naturalizzato italiano, Khaled Fouad Allam afferma: "Storicamente, lo hijāb  non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un'obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuol far passare come tale. I giuristi dell'islam classico - quelli all'origine della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche dell'islam - non hanno mai teorizzato sul velo. Il celebre giurista Qayrawin, morto nel 996, fondatore dell'università teologica di Fez in Marocco, parla del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, quando le donne si recano in moschea per la preghiera del venerdì: e la parola che usa è khimar, un velo che copre la donna dalla testa ai piedi. Egli non usa mai la parola hijab; lo stesso avviene per gli altri autori di quel periodo" (...) Lo hijab è un'invenzione del XIV secolo e non ha un effettivo fondamento nel testo coranico. Nel Corano la parola hijab, che deriva dalla radice hjb, non indica un oggetto ma un'azione: quella di velarsi, di tirare una tenda, di creare un'opacità che impedisca lo sguardo indiscreto.  (....) Il passaggio della parola hijab dall´indicare un'azione all´indicare un oggetto avviene nel XIV secolo con il giurista Ibn Taymiyya. Egli è il primo ad utilizzare la parola hijab per riferirsi al velo in quanto oggetto, un velo che distingue le donne musulmane dalle non musulmane: esso diventa segno distintivo dell'identità e dell'appartenenza. Ibn Taymiyya afferma che la donna libera ha l'obbligo di velarsi, mentre la schiava non è obbligata a farlo. Egli giustifica queste affermazioni basandosi su una interpretazione massimalista del versetto 31 della sura 24 del Corano, traendo da una frase dal contenuto generico un'affermazione di principio, cui inoltre attribuisce valore normativo. Ma tutto ciò, è bene sottolinearlo, rimane un'interpretazione. Un'interpretazione che inventa una norma".
Fouad Allam continua analizzando la realtà contemporanea ed il ruolo "politico" di questo distintivo indumento verso la seconda metà del XX secolo ove nei paesi musulmani, in seguito alla fase di decolonializzazione e al confronto diretto con la modernità occidentale si assiste ad un crisi identitaria di valori morali che si scontrano con le tradizioni delle società post-coloniali nella quale si assiste all'alfabetizzazione e all'ingresso nel mondo del lavoro delle donne. 

"Di fronte a una tale trasformazione sociale, molti esegeti dell'islam reagiscono in modo neoconservatore, inventando un apparato giuridico che legittima e prescrive l'uso dello hijab. Il velo diventa così segno distintivo dell'identità islamica e della separazione fra i sessi. L'introduzione del velo nello spazio pubblico favorisce infatti la costruzione di una frontiera di genere che oggi non si limita al velo ma investe in alcuni paesi anche una divisione negli spazi e nei trasporti pubblici (alcuni architetti di tendenza neofondamentalista hanno immaginato persino ascensori separati per uomini e donne); lo spazio pubblico, anziché sancire un principio di uguaglianza, enfatizza quindi la discriminazione fra i sessi"(K. F. Allam)

Questo situazione sociologica si inserisce in un contesto neo-fondamentalista politicamente ben appoggiato nel quale vengono postulate nuovamente delle caratteristiche fondamentali delle società musulmane come "la dicotomia fra puro e impuro, e il divieto come fondamento della norma nell'islam". Tutto ciò è parte integrante di un concezione puritana maschilista che vede la femminilità associata al desiderio (e quindi al caos incontrollato) con il rischio di sfociare nell'impurità (e quindi nella conseguente illegalità nell'Islam giuridico) e macchiare quindi il carattere di sacralità della donna in sé, (dovuto alla propria capacità di concepire).  Tale "rischio" ha indotto il pensiero dogmatico politico "religioso" a confinare la donna entro determinati limiti di conoscenza e di ruolo; mostrandosi in pubblico sarebbe stato equiparato a violare lo stato di purezza originaria.

"Il velo assume oggi il significato di un'identità in crisi: oltre a esprimere un malessere generalizzato nelle società islamiche, esso occulta il loro cambiamento e ne esacerba le paure. Chi lo indossa, soprattutto in occidente, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Le letture possibili sono molte, ma tutte rimandano a una serie di conflitti irrisolti: il conflitto fra islam e occidente, il conflitto dell'islam con se stesso, il conflitto fra diritto e cultura"(K. F. Allam)

Questo è uno dei concetti fondamentali della psicologia dell'uso del velo oggi: il coprirsi nasconde e stempera, in realtà, un'inconscia e recondita paura, un'insicurezza di sbagliare e cadere nell'impuro o anche di far cadere gli altri nell'impuro con conseguente responsabilità, tale paura svela il limite che segna il conflitto intrinseco della visione e dell'applicazione della shari'a nella vita sociale.
All'interno di questo dualismo puro/impuro, (in alcuni casi quasi fobico), esiste anche una componente strategica dell'uso del velo, quasi sia un  modo per spiare senza essere notate ed è vero che molte donne si sentirebbero come nude, esposte e vulnerabili, se uscissero da casa senza il loro velo.

In questo quadro analitico, c'è da considerare anche un altro fattore determinante nella concezione del velo nell'Islam, ed è il fenomeno dell'identificazione di sé stessi con il proprio corpo. Fenomeno questo ben compreso in molte filosofie orientali. Senza scendere troppo nello specifico, possiamo notare come, in alcune religioni, fra cui l'Islam, il corpo venga coinvolto in ogni pratica di culto, vedi le abluzioni, la preghiera, il digiuno di Ramadhân. A differenza invece del cristianesimo che ha mutuato la separazione corpo-anima della cultura romano-ellenistica, nell'Islam, la purezza dell'anima comincia dalla purezza del corpo. Secondo il principio secondo cui il corpo sia parte integrante dell'anima, una componente di esso, terra e spirito: "quindi gli ha dato forma e ha insufflato in lui del Suo Spirito. Vi ha dato l'udito, gli occhi e i cuori. Quanto poco siete riconoscenti!"(Corano As-Sajda 32,9).

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